Francisco Ferrer
(Barcellona, 1859-1909) ha
una piazza a lui intitolata
nel paese di Novaggio. Ma
chi era costui? Razionalista
e anticlericale, fonda
nel
1901 la "Scuola Moderna",
che egli stesso definisce
moderna, scientifica e
razionale, pubblicando opere
pedagogiche "anarchiche".
Considerato l’ispiratore
ideologico delle agitazioni
rivoluzionarie del luglio
1909, a Barcellona, viene
arrestato e rinchiuso in
prigione; il Consiglio di
guerra lo condanna a morte,
per cui viene fucilato il 13
ottobre del medesimo anno.
Qualche anno più tardi, la
revisione del processo
riabiliterà il Ferrer.
Il 5 dicembre 1909,
l’Assemblea comunale di
Novaggio – dopo un’infuocata
discussione ma con solo 5
astensioni – dedica a
Francisco Ferrer la piazza
comunale. Pochi anni dopo,
il 22 gennaio 1911, con 38
voti a favore e 14 contrari
è decisa la posa di una
lapide (nella foto). Il voto
è però contestato ed
annullato. Dopo un’ulteriore
votazione, la decisione
viene riconfermata il 5
gennaio 1913 con 46 voti
favorevoli e 12 contrari.
Sull’opuscoletto rosso
"L’Assassinio di Francesco
Ferrer (il martire
catalano)" di Antonio
Gamberi (Nuova Biblioteca
Rossa, Lugano) la prima
strofa recita:
"Altra vittima ancora,
altro delitto
perpetrato dal torbido
Loyola.
Il martire Ferrer cade
trafitto
dal piombo della reggia e
della stola.
Eppur parean tramontati i
tempi
della barbara e truce
inquisizione".
Sulla lapide – collocata
sulla parete dell’edificio
che ospitava il Municipio e
le due scuole elementari –
vi è un’iscrizione con
queste parole scritte dal
prof. Angelo Pizzorno, poeta
anarchico italiano e a quel
tempo insegnante nelle
scuole di Lugano:
"A Francisco Ferrer
di cui
il corpo disfecero i preti.
Ma il pensier non caduco,
vive e a dolci frutti
appresta
la scuola del popolo".
Per la verità, rocambolesca
risulta l’operazione per
giungere all’epigrafe, come
risulta da "La Scuola
Moderna e lo sciopero
generale" (Edizioni La
Baronata): "La lastra di
marmo fu acquistata a
Madonna del Piano con il
denaro raccolto in una
pubblica sottoscrizione e
quindi consegnata, per lo
scolpimento, a un tale di
Novaggio, oste e
scalpellino. I committenti
avevano però fatto i conti
senza... l’oste artigiano:
costui, infatti, temendo il
ripicco di certi avventori
ma ancor più le ire della
moglie, all’ultimo momento
modificò la scritta.
Svampata l’indignazione, fu
convenuto di portare la
lastra a un artigiano di
Aranno, il quale scolpì
fedelmente l’epigrafe sulla
facciata opposta.
Finalmente, poté svolgersi
la cerimonia della posa.
Nessuno più se ne rammenta
la data esatta, ma i vecchi
assicurano che essa fu
ardente e dignitosa. Tenne
il discorso ufficiale Paolo
Bardazzi, un altro italiano
che, come il Pizzorno, s’era
rifugiato da noi per motivi
politici. Ma per la lapide
non ci fu pace. Gli
oppositori più accaniti non
si rassegnarono e
continuarono la libera lotta
nell’ombra, tirando ora la
sottana di un notabile della
curia, ora la marsina di un
alto magistrato (persino,
pare, quella del consigliere
federale Motta). Tanto aspro
e cieco era il livore che
uno di loro, una notte, ebbe
il fegato d’imbrattar
l’epigrafe con il
carbolineum. La fece franca,
per fortuna sua: che
scoperto, avrebbe corso il
rischio di finir...
lapidato". |